Camilla Riccò, studentessa del corso triennale alla Fondazione Studio Marangoni, racconta il suo progetto fotografico "Where eagles live".

 

 

GT - "Where eagles live" è il lavoro che hai esposto al termine del secondo anno del corso triennale; come nasce questo progetto?

 

CR - Quando Indrit, un cuoco che lavorava con me, mi propose di partire con lui e la sua famiglia per l’Albania per fotografare il matrimonio di una sua giovanissima parente, non sapevo bene cosa aspettarmi. L’Albania è un paese vicino geograficamente, ma culturalmente lontano e strutturare un’idea di progetto prima della partenza mi risultava difficile.

Sono partita cercando di lasciare a casa ogni forma di preconcetto e ben decisa a farmi guidare da ciò che mi avrebbe suscitato interesse e emozioni, evitando di legarmi a un’idea di documentazione. Da qui è nato il lavoro che ho portato in mostra alla fine del secondo anno. Le fotografie hanno un punto di vista rispettoso, vicino ma non invadente, e l’ordinata composizione è stata una caratteristica generale. Non è un lavoro su un aspetto specifico dell’Albania, ma un insieme di frammenti che, uniti, vogliono dare una visione d’insieme di un paese ancora poco conosciuto e in continua trasformazione.

 

GT - Il tuo approccio fotografico è cambiato in maniera evidente in questo lavoro. Spiegaci perché.

 

CR - Inizialmente vivevo la fotografia come lo strumento perfetto per raccontare momenti e metabolizzare emozioni e le idee che nascevano erano personali e orientate verso una mia intimità in cerca di comprensione. Sfogliavo la Woodman, Minkkinen o il progetto “Fragments of Paradise” di Anankè Asseff e mi descrivevo interessata principalmente all’autoritratto.

Dalla serie "We are Nature"Dalla serie "We are Nature"Dalla serie "We are Nature"Dalla serie "We are Nature"Dalla serie "We are Nature"

La fotografia introspettiva si è poi trasformata in una fotografia documentaria con il progetto portato avanti quest’inverno sui cinque anni dal terremoto dell’Aquila. Partendo da tematiche che sentivo vicine, mi sono resa conto che riuscivo a raggiungere lo sguardo intimo che cercavo anche attraverso le storie di altri.

Dalla serie "L'Aquila"Dalla serie "L'Aquila"Dalla serie "L'Aquila"Dalla serie "L'Aquila"Dalla serie "L'Aquila"

Ho iniziato a interessarmi al lavoro di Bialobrzeski, Gronsky, Nadav Kander proprio in quel periodo. Ricercavo un ordine, un’immagine pulita, una presenza umana marginale. Ho iniziato a guardare le fotografie di Ghirri con nuovi occhi, rimanendo incantata da tanta delicatezza. Ma è una continua evoluzione e, dopo il viaggio in Albania, sento l’esigenza di iniziare a raccontare anche le persone. Scopro e riscopro fotografi e fotografie, cercando ispirazione in Alec Soth, Eugenia Maximova o in Alessandra Sanguinetti.

 

GT - Adesso sei al terzo anno e dovrai lavorare alla tua tesi finale. Pensi di mantenere ancora questo tipo di visione oppure continuerai a sperimentare?

 

CR - Vorrei riuscire a mescolare persone, luoghi, paesi e situazioni mantenendo come filo conduttore solo una sensazione emanata dall’insieme delle immagini. Quest’estate c’è stato l’inizio di questo nuovo progetto e mi stupisco nel notare che nuovamente il mio sguardo e il mio approccio mutano e cambiano.

 

Albania

Where eagles live

di

Camilla Riccò

 

intervista di Giuseppe Toscano

galleria fotografica

< back

TORNA SU