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L'occhio di dio

di Joan Fontcuberta

 

 

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I percorsi storici fecero si che il cinema si convertisse, effettivamente, in uno spettacolo di massa, mentre la fotografia, assediata dall’urgenza e dall’enormità delle richieste documentali, si limitasse ad essere un’occupazione di massa.
Un altro aspetto evidente infatti della pratica fotografica attuale è la straordinaria massificazione. Fino ad alcuni anni fa, realizzare una fotografia era comunque un atto solenne, riservato a occasioni particolari; oggi scattare è diventato un gesto banale come grattarsi un orecchio.
La fotografia è diventata ubiqua, ci sono apparecchi ovunque che riprendono tutto. Quello che mezzo secolo fa sarebbe parsa una sofisticata macchina da spie, oggi è lo standard comune che ci portiamo in tasca. Che si tratti di un bacio furtivo tra innamorati o dell’impatto di un aereo contro un grattacielo, nulla sfugge alla voracità e all’indiscrezione di quello sguardo vigile, paragonabile all’occhio onniveggente di Dio. Nel 1932 lo scrittore Márius Gifreda vaticinava sulla rivista Mirador che gli obiettivi Zeiss (l’allora fabbrica di strumenti ottici di riferimento) avrebbero superato l’occhio di Zeus, padre degli dèi. Gifreda non poteva immaginare le ripercussioni del progresso e della tecnologia digitale di cui oggi usufruiamo, ma aveva intuito che apparecchi fotografici e immagini avrebbero raggiunto uno status ubiquo.
Dall’alto della sua ubiquità, l’immagine stabilisce nuove regole con il reale. Oggi scattare una foto non implica tanto la registrazione di un evento, ma una parte sostanziale dell’evento stesso. Evento e registrazione fotografica si fondono. Applicando l’interpretazione indicizzata della fotografia, pensavamo che qualcosa del referente sedimentasse nella fotografia: beh, ora dobbiamo pensare il contrario: è il qualcosa della fotografia a sedimentare nel referente. Non esistono più fatti sprovvisti di immagini e la documentazione e la trasmissione del documento sono fasi indissociabili dall’evento stesso.
In questa situazione di assoluta saturazione iconica, perché continuiamo a fotografare? Perché portare le immagini a una proliferazione infinita? Quali sono oggi gli usi predominanti della fotografia? Per rispondere, ci rifacciamo ai dati sociologici disponibili. Tanti studi di mercato realizzati da industrie del settore e ricerche accademiche dimostrano che una volta il grosso della produzione di istantanee riguardava scene familiari o viaggi, era un modo per salvaguardare esperienze felici, oasi nel deserto di un’esistenza noiosa. Oggi a fotografare maggiormente non sono più gli adulti, ma i giovani e gli adolescenti. E le foto da loro scattate non vengono concepite come “documenti”, ma come “divertimenti”, come esplosioni vitali di autoaffermazione; non celebrano la famiglia o le vacanze, ma le sale dove si svolgono le feste e gli spazi di intrattenimento. Costituiscono la migliore rappresentazione dell’immagine-kleenex: usa e getta. Produciamo tanto quanto consumiamo: siamo sia homo photographicus che semplici fotodipendenti, ma più fotografiamo e meglio è, nulla può saziare la nostra sete di immagini, corpo della postmodernità. [...] In definitiva, le foto non servono più a immagazzinare ricordi, né a essere conservate. Servono come esclamazioni di vitalità, come estensioni di esperienze che vengono trasmesse, condivise, e poi scompaiono mentalmente e/o fisicamente. Le foto che gli adolescenti si scambiano in modo compulsivo si rifanno a un ampio spettro di codici di relazione, da semplici gesti di saluto per richiamare l’attenzione di un interlocutore (come quando diciamo a qualcuno “ciao”, “sono qui”, “ti ricordo”, “ricordati anche tu di me”) fino a espressioni più sofisitcate che dimostrano affetto, simpatia, cordialità, fascino o seduzione. Trasmettere e condividere foto è un nuovo sistema di comunicazione sociale, un rituale di comportamento, ugualmente assoggettato a particolari norme di etichetta e cortesia. Tra queste norme, la prima stabilisce che il flusso di immagini è un indice di energia vitale, il quale ci riporta all’iniziale argomento ontologico del “fotografo dunque esisto”. Lo sguardo di Dio, cioè: lo sguardo di Zeus: cioè, lo sguardo della macchina fotografica, divengono oggi un respiro vitale. Ci possiamo anche compiacere di correggere Barthes, che non è riuscito a conoscere la supremazia dei pixel: nella cultura analogica la fotografia uccide, ma in quella digitale la fotografia è ambivalente: uccide e dà la vita, ci spegne e ci risuscita.
Benvenuti nel mondo reale, benvenuti nel mondo delle immagini!
 
 
Pubblicato per gentile concessione di Contrasto. Vietata la riproduzione.
© Joan Fontcuberta